A 17 anni dalla strage di Viareggio. Ferrovie: per la sicurezza contro il dual use militare

Non c’è nessuna differenza, in termini di pericolosità, fra un treno che trasporta GPL e un treno che trasporta esplosivi ad uso militare. A ben vedere, se consideriamo le pessime organizzazioni del lavoro, gli investimenti quasi nulli nella sicurezza, la manutenzione considerata come un costo superfluo e quindi quasi non contemplata nei bilanci delle aziende pubbliche o, ancora peggio, in quelle private, possiamo dire che nessun treno garantisce una sicurezza degna di questo nome.

In questo senso l’esperienza ferroviaria che come dipendenti abbiamo maturato nel tempo si unisce all’esperienza delle lotte di Assemblea 29 giugno e dei familiari della strage di Viareggio, combattendo nei fatti un quadro sistemico di ricerca sfrenata del profitto, arroganza (Moretti e il codazzo al seguito) e disumanità.

Un altro indice che ci mostra quanto la classe politica persegua interessi di morte e distruzione è la folle corsa al riarmo, che in ferrovia si traduce nel “dual use” dell’infrastruttura ferroviaria italiana ed europea. Il pacchetto europeo di mobilità militare del novembre 2025 prevede di decuplicare il bilancio di spese militari per la prossima tranche (2028–2034) fino a 17 miliardi di euro. Nello stesso pacchetto si parla di 500 nuovi progetti individuati, con un fabbisogno complessivo stimato intorno ai 100 miliardi di euro. In Italia intanto quasi 42 milioni di euro sono stati stanziati dall’UE per l’estensione dei binari nelle stazioni di Genova Sampierdarena, Pontedera, Palmanova, La Spezia Marittima, allo scopo di ricevere treni lunghi fino a 750 metri e consentire tempestivi spostamenti di mezzi, truppe e munizioni. Denaro investito in funzione di morte e miseria invece che in ciò che occorre: la messa in sicurezza dei passaggi a livello; i dispositivi anti-svio di vetture e carri che mancano tuttora ai treni e che ovviamente mancavano al treno deragliato a Viareggio, come a quello di Pioltello, sistemi che avrebbero potuto arginare gli effetti letali di queste stragi; efficienti sistemi frenanti dei treni merci in luogo delle suole LL, che hanno rischiato di provocare una Viareggio bis. Prevenzione e manutenzione invece restano al palo. Eppure i soldi, come ben sappiamo, ci sono perché sono i soldi che con le bugie vengono sottratti ai cittadini e allo stato sociale (scuole, sanità, trasporti, servizi) per preparare la guerra totale e ingrassare gli speculatori.

Tornando alla sicurezza ferroviaria, la Military Mobility – che in Italia confluisce nel dual use in base all’accordo Leonardo-RFI – prosciuga i fondi che potrebbero garantire la salvezza delle vite del personale ferroviario, ma anche degli utenti e della collettività.

Nella sua interezza Viareggio ci offre pertanto non solo un patrimonio di lotta, ma principalmente ci fornisce una decisiva lettura politica: non delegare le istanze porta a disinnescare il sistema Stato, quel sistema che tende ad accaparrarsi le tragedie per metterle a tacere, al fine di mantenere in essere la gestione del potere istituzionale ed economico, quest’ultimo tanto caro alle aziende.

La bagarre che dopo 17 anni si è scatenata, da parte di politici, pennivendoli e leccaculi, sulle condanne di Moretti e company, sta lì a mostrarci quanto sia falsa la retorica statale della vicinanza ai familiari, del cosiddetto “accertamento della verità”, del “ci mettiamo a disposizione della magistratura” e boiate di questo genere. Ne sanno qualcosa i familiari di questa “vicinanza”, esibita ad esempio quando le forze dell’ordine, alla stazione di Roma Tiburtina, con violenza hanno impedito loro di manifestare. A distanza di 17 anni la verità processuale è venuta fuori, dopo che la verità oggettiva, riscontrata, cruda, si sapeva da molto più tempo; il che porta a chiederci quale tipo di verità sia quella di natura processuale, se è emersa solo in seguito alle mazzate fisiche e verbali che hanno dovuto subire i viareggini. C’è pure un’altra “verità giudiziaria”, cioè quella che riguarda Riccardo Antonini, il ferroviere licenziato per essersi schierato al fianco dei familiari nella battaglia per verità, giustizia e sicurezza. Il licenziamento di Riccardo è stato confermato in tutti i gradi di giudizio nonostante la giustezza del suo comportamento e nonostante l’andamento del processo sulla strage di Viareggio, che stava confermando le sue accuse con le condanne a dirigenti e imprese. Un licenziamento politico e un iter processuale che non sono stati oggetto di “scandalo” da parte della classe padronale come invece è accaduto per Moretti e company. Ad ogni modo, come dice Daniela Rombi, mamma di Emanuela Menichetti morta in seguito all’esplosione del GPL e dopo atroci sofferenze, lo “straccio di giustizia” è stato portato a casa, ed è uno straccio pesantissimo viste le vomitevoli ripercussioni politiche e giornalistiche.

Per tutte queste ragioni il legame Viareggio-sicurezza-dual use militare è indissolubile ed è necessario portarlo avanti senza sosta. A ridosso della sentenza di Viareggio arriva infatti la notizia della probabile nomina ad amministratore delegato del Gruppo Ferrovie dello Stato di Gianpiero Strisciuglio, amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana fino a marzo 2025, Una nomina fetente, in quanto Strisciuglio è tutt’ora indagato dalla Procura di Ivrea per omicidio colposo e disastro ferroviario per la strage degli operai di Brandizzo del 30 agosto 2023. In questo senso non sono un caso le dichiarazioni dei familiari degli operai, indignati per l’avanzamento di carriera del responsabile della morte dei loro cari, che così dichiarano, in riferimento a Viareggio: “… Quelle famiglie hanno dovuto aspettare anni per avere giustizia. Io piango mio figlio ogni giorno davanti a un marmo. Sono passati tre anni e non abbiamo ancora neppure la data della prima udienza. Un grande abbraccio alle famiglie delle vittime”.

Allo Stato garantista, che promuove con candore chi è a capo di organizzazioni del lavoro assassine, non piacciono le sentenze come quelle che condannano Moretti, perché, oltre a toccare la classe dirigente (da qui la lesa maestà), possono infondere speranza e convinzione di poter cambiare questo ordine costituito in qualcosa di giusto, equo, umano.

Continuiamo quindi a camminare sul percorso della non delega, praticando l’azione diretta e condivisa, per arrivare a quel senso del giusto che ci sta lì davanti, pronto ad esser raggiunto. Chissà se tutte queste tragedie porteranno l’intera collettività a ragionare su un altro mondo possibile, un mondo, ad esempio, senza treni “armati” che passano con materiale bellico ed esplosivo in mezzo alle nostre città mettendoci in forte pericolo, un mondo che metta la parola fine a morte e distruzione in ogni paese.

A. P.

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